Abominable
Diretto da
Yi vive a Shangai, è una ragazza solitaria, svolge mille lavoretti e sogna di poter compiere il viaggio in Cina che avrebbe dovuto fare con suo padre, morto prematuramente. Il lutto la porta ad allontanarsi dal resto della famiglia e a crearsi un piccolo rifugio sul tetto, dove suona il violino e conserva i ricordi della figura paterna. Ed è proprio qui che una sera s’imbatte in un enorme cucciolo di yeti, ferito, spaventato e inseguito da un ricco uomo d’affari senza scrupoli, che vorrebbe crescerlo in cattività. Yi lo chiama Everest e, decisa a salvarlo per riportarlo a casa, insieme all’amico Jin e al cugino Peng, intraprenderà un viaggio incredibile verso gli splendidi monti dell’Himalaya. Una corsa senza sosta verso il traguardo, attraverso paesaggi meravigliosi resi ancora più emozionanti dalla musica di Yi e dalle doti magiche di Everest.
«Quando ho cominciato a lavorare per la DreamWorks, c’erano un sacco di idee in cantiere. Ma ce ne era una che era una tela vuota. Volevano un film su uno yeti. Io feci qualche ricerca sugli yeti e scoprii che non esiste molta documentazione. Sappiamo che vissero sul Monte Everest, abbiamo visto le impronte, ma non molto altro: era un personaggio che potevo creare da zero, così come la trama. Ero autorizzata a dargli la capacità di migliorare la natura, o di controllarla, come fosse una specie di superpotere. È stato stimolante. Avevo anche il grande desiderio di mettere al centro del film una ragazza molto determinata e indipendente. E Yi è molto determinata, ma anche imperfetta. A volte agisce d’impulso e questo le causa dei problemi. Non volevo un personaggio principale femminile che fosse la classica principessa, ma una ragazza forte, caparbia, abbastanza audace da compiere questo viaggio impossibile dalla Cina all’Himalaya e in grado, auspicabilmente, di essere un modello di ruolo per il pubblico. Volevo anche che gli spettatori di diverse parti del mondo vedessero una rappresentazione reale della Cina di oggi e della gente che ci vive. C’è un’enorme parte della Cina che il mondo non ha mai visto e che io invece volevo celebrare in questo film. Non saremmo mai stati in grado di raggiungere un simile livello di autenticità senza i nostri partner del Pearl Studio, che ci hanno aiutato a disegnare la città moderna (ispirata a Shangai) in ogni minimo dettaglio, dalla segnaletica, alle bancarelle di cibo, agli scooter fino alle emozioni viscerali che la città è capace di dare. C’è una parte eccentrica e immaginifica nel folklore cinese che si adatta molto bene al cinema. L’importante è sempre scegliere storie che hanno temi universali, legate alla condizione umana e con personaggi riferibili a ogni cultura. Per me una storia non deve dividere le culture, ma mostrarci quanto siamo simili. È questa la magia della narrazione».
(Jill Culton)
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