Voyage au Pôle Sud
Diretto da
«Questo film è davvero un’opera sperimentale: ho voluto concedermi una grande libertà per condurre lo spettatore oltre la semplice descrizione di paesaggi che oggi si può facilmente reperire sui social network o nei documentari. Qui volevo raccontare piuttosto i paesaggi dell’anima. Per questo, in sintonia con Christophe Graillot, il direttore della fotografia, ho optato per un approccio differente. L’obiettivo era allontanarci dal realismo e avvicinarci ai rapporti emotivi, il che ci ha spinti a scegliere il bianco e nero: una scelta radicale, grazie alla quale ho espresso una libertà artistica che non mi concedevo da lungo tempo. La silhouette, spesso sfocata, che appare nel film e che chiamo “il viaggiatore” è una sorta di sdoppiamento della personalità, visto che sono io a incarnarla. In realtà, l’idea è nata sotto la spinta degli eventi, poiché durante le riprese, ci siamo resi conto che le dimensioni del continente antartico non avevano senso senza un paragone con quelle umane. Non intendevo raccontare la storia della geografia, né tantomeno del viaggio in generale. Volevo narrare piuttosto una sorta di “qui e ora”: in altri termini, un vagare erratico che inizia in un certo luogo e finisce per essere una somma di tappe che avrebbero potuto essere mille altre.
Quando ti appresti a girare, vai in missione: riprendi i pinguini imperatore, riprendi questo e quello. Qui, invece, volevo davvero che gli spettatori potessero unirsi a noi, fare il viaggio al nostro fianco, perché per me questa è un’avventura nel senso più nobile e fantastico del termine».
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