I Do Not Know What It Is I Am Like
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Il titolo è tratto dal Rig-Veda, il testo spirituale sanscrito che delinea un processo attraverso la nascita, la coscienza, l'esistenza primordiale, l'intuizione, la conoscenza, il pensiero razionale e la fede, per arrivare a una realtà trascendente che si pone "oltre le leggi della fisica". Aprendosi su potenti immagini emblematiche e passaggi allegorici, Viola articola una ricerca drammatica della conoscenza di sé attraverso la consapevolezza dell'Altro, incarnata qui da una visione sciamanica della coscienza animale. Strutturato in cinque parti, II Corpo Scuro, The Language of the Byrds (II linguaggio degli uccelli), The Night of Sense (La notte del senso), Stunned by the Drum (Storditi dal tamburo) e The Living Flame (La fiamma vivente), il video immagina un viaggio metafisico del pensiero razionale e intuitivo dal mondo naturale ai rituali spirituali. L'investigazione poetica di Viola di soggetto e oggetto, osservatore e osservato, e la sua ricerca della conoscenza di sé sono inserite in una metafora visiva indelebile: un'immagine dell'artista riflessa nella pupilla di un gufo.
«È un'investigazione personale sugli stati interiori e sulle relazioni che possiamo avere con la coscienza animale. L'opera si articola in cinque parti. Ha più che altro la funzione di una mappa, piuttosto che porsi come una descrizione della psiche animale. Immagini di animali segnano una progressione che parte da un grado iniziale di indifferenziazione (esistenza pura), procede attraverso stadi di ordine razionale e fisico, per arrivare infine a uno stato oltre la logica e le leggi della fisica». (Bill Viola, Vedere con la mente e con il cuore, a cura di Valentina Valentini, Gangemi editore, Roma 1993, p. 136)
«Il senso del luogo è stato di primaria importanza nel mio lavoro. Ho viaggiato in tutto il mondo per raccogliere immagini per i miei video. Ho scoperto che tanto più intensa è la mia esperienza di un luogo, facendo un video, tanto maggiore è il potere che l'opera assorbe per se stessa. I miei viaggi mi hanno insegnato che c'è sempre soltanto un “luogo giusto” dove un'idea può venire alla luce e che l'unico sforzo nel realizzare un'opera video consiste nel trovare il "luogo giusto". Il video è assai più sensibile di quel che l'obiettivo "vede" e il microfono "ode": ciò che chiamiamo cultura e spirito umano può essere visto come l'espressione e l'interpretazione collettiva del travolgente potere del paesaggio.
I nostri cervelli contengono le immagini di tutti i paesaggi, che abbiamo visto e ricordato. Questo è il linguaggio originale. Solitamente non pensiamo che la conoscenza esista entro e tra ciascuna persona, pronta a scattare nel momento in cui viene liberata da qualche meccanismo. L'idea che venga da dentro noi stessi sembra opporsi totalmente al concetto che sta alla base dell'educazione pubblica e/o delle scuole. Le persone sono state programmate per rispondere al modello dello studente inteso come contenitore vuoto, che viene riempito di "fatti" da certe figure autoritarie (il tutto rinforzato anche dai mass media), ragion per cui non può sorprendere il fatto che molti abbiano notevoli difficoltà nel prendere contatto con l'arte contemporanea.
Per la maggior parte di coloro che conoscono il mio lavoro, questo "senso del luogo” è manifesto in quanto palesemente inerente al paesaggio quando il paesaggio diviene il soggetto di un'opera e, altre volte, quando condivide il momento, in equilibrio con l'azione che vi avviene, solitamente mediata da un individuo solitario. Tuttavia, questi specifici "paesaggi", insieme ad altri miei lavori possono tutti considerarsi come opere di paesaggio in un senso più esteso, perché trovano una base comune nel fatto che per me il paesaggio è il "luogo originario" nell'arte e nella cultura, cioè la materia prima della psiche umana.
lo non faccio distinzione tra paesaggio interno e paesaggio esterno, tra l'ambiente "là fuori" (la sostanza forte) e l'immagine mentale di quell'ambiente in qualsivoglia individuo (la sostanza tenera). E la tensione, la transizione, lo scambio, la risonanza tra queste due modalità che definisce e dà energia alla nostra realtà. L'agente chiave in questo scambio di energie è l'immagine, e questo "spazio intermedio" è precisamente il luogo in cui si realizza la mia opera. [...] Quando un oggetto è fissato da uno sguardo per un periodo esteso e concentrato, gradualmente si impone alla psiche e diviene il nostro pensiero. Questo è il motivo per cui la durata è un importante elemento del mio lavoro dal momento che coltiva la capacità di vedere "attraverso" gli oggetti. La durata sta alla coscienza come la luce sta all'occhio». (Bill Viola, "Paesaggi e miraggi", in Ritratti Greenaway Martinis Pirri Viola, a cura di V. Valentini, De Luca Editore, Roma 1987, pp. 35, 37)
«Il termine ecologia è una delle più potenti rappresentazioni della nostra condizione presente e del futuro, non l'ecologia degli specifici della botanica, della biologia, degli studi sul clima, ma la più generale e profonda Ecologia, come sistema filosofico e morale (in un percorso interamente contemporaneo e vicino allo Zen) dove gli elementi naturali non siano considerati indipendentemente, ma come rappresentazioni del tutto, dove abbiano la precedenza le relazioni e non gli oggetti, dove il valore sia basato su processi interattivi e non su qualche gerarchia assoluta (il coyote è "cattivo" per il cane delle praterie, ma "buono" per l'equilibrio della popolazione animale)». (Bill Viola, Vedere con la mente e con il cuore, a cura di Valentina Valentini, Gangemi editore, Roma 1993, p. 83)
Approfondimento
A proposito di I Do Not Know What It Is I Am Like
«Bill Viola, per realizzare i suoi video si mette in viaggio, perché la sua fonte, il suo soggetto è la natura. La sua ricerca compositiva e formale avviene in un contatto reattivo con i paesaggi da cui è attraversato, sui quali si sofferma perché "luoghi" deputati all'ascolto di sé, luoghi nei quali predisporsi ad assistere a qualche prodigio.
Viola viaggia nello spazio, portando con sé la sua telecamera, da solo, asceticamente percorre di notte le strade deserte di Los Angeles o di New York, respira in unisono con il suo apparecchio, vibra con lui, in modo tale da trasmettere al luogo le sue sensazioni, la sua energia, sì da impregnarlo e farsi a sua volta ricevitore delle onde che il luogo emana. Non è dissimile dai viaggiatori muniti di apparecchi fotografici, che ai primi del Novecento scoprivano il gusto per le immagini esotiche contemporaneamente al gusto per il primitivo.
Anche in questo caso, il viaggio è finalizzato ad un allargamento della conoscenza, a una purificazione delle stratificazioni culturali che impediscono di trovare un contatto immediato con la natura, con i ritmi biologici primari. La ricerca di luoghi che risuonano interiormente (il paesaggio), il viaggio come predisposizione all'evento prodigioso, costituiscono le mete dell'esploratore-antropologo, che pratica la ricerca sul campo e rifiuta l'atteggiamento esotico, di riduzione del diverso all'identico. Lo sguardo esotico di Viola (l'esotismo è la scienza del diverso secondo Victor Segalen), è il luogo in cui interno ed esterno si incontrano al limite, il "paesaggio" che diventa "immagine", caricandosi di energia che mette in risonanza e fa vibrare il soggetto nella natura. Bill Viola, come i primi videomaker che avevano il culto dell'istantaneo e del tempo reale, una sorta di rincorsa alla presentificazione, osserva e fissa il paesaggio nelle lunghe durate per scorgere ciò che "a prima vista" non è visibile.
E allora il paesaggio, come il fenomeno naturale (l'intenso calore del deserto di Chott El-Djerid, o le tempeste di neve in Canada, le desolate praterie dell'Illinois), diventa il luogo di eventi, vedere ciò che non si vede a occhio nudo, operare un transfert e uno scambio di proprietà, dal fuori, all'interiore. [...] La natura è la sede dello spirituale che si manifesta come movimento, passaggio da materia a forma, trasformazione che avviene sotto gli occhi interessati dell'osservatore. [...] Bill Viola restaura anche un'altra figura archeologica, quella del pittore "en plein air" che sceglieva come soggetto il paesaggio, la tradizione dei pittori realisti come Monet, Renoir, Pissarro che si erano posti il compito di dare fondamenta scientifiche alla pittura, di studiare la "sensazione visiva", la trasparenza dell'acqua, l'impressione luminosa. La pittura moderna, sulla fine dell'Ottocento, è una pittura di paesaggio: gli impressionisti riconquistano un rapporto con il reale, sia urbano-metropolitano che con la natura, uscendo fuori dagli studi, dagli atelier (in cui invece si erano rinchiusi i fotografi) e guardano direttamente il mondo, avventurandosi nell'osservazione sul campo, così come faranno qualche tempo dopo gli antropologi. Viola usa la telecamera come loro usavano la macchina fotografica, per rilevare i "fatti di visione" e dare alla pittura un carattere cognitivo, un'esperienza della realtà non illusoria: in questo senso la pittura non "riproduce la sensazione ma la produce". La sua è una natura interiore che si rivela solo in quanto animata e spiritualizzata dal suo sguardo. È lo sguardo che collega l'esterno con l'interno. [...]» (V. Valentini, "Studio delle forme di disordine delle nuove immagini", in Ritratti Greenaway Martinis Pirri Viola, a cura di V. Valentini, De Luca Editore, Roma 1987, pp. 8-9)
Note di viaggio [Cinemambiente 1998]
Gute Reisende sind herzlos
I buoni viaggiatori sono senza cuore
Elias Canetti
Dai travelogues degli Hale's Tours ai reportage su grandi imprese e terre esotiche, dal road movie alle mille storie inventate e non di spazi conquistati e identità perdute o ritrovate, il tema del viaggio ha accompagnato l'intera storia del cinema, in tutti i suoi generi e ambiti di produzione, metafora stessa del nuovo mezzo in grado di restituire il movimento del mondo.
Il breve percorso qui proposto consente di osservare alcune zone di questo prolifico rapporto tra la macchina da presa e l'ambiente costituito dal film di viaggio. Si tratta di opere e materiali che riguardano dimensioni diverse del viaggiare – alcune probabilmente definitivamente scomparse – in cui costante però è l'esercizio di uno sguardo su una realtà, un luogo, una cultura, un "altrove" raggiunto attraverso un movimento fisico. La conquista coloniale, l'esplorazione, la scoperta scientifica, la vacanza familiare, ma anche il rito e la ricerca interiore, sono i passaggi principali di questa ricognizione, che rivela innanzitutto l'importanza della possibilità di creare immagini, che documentano ma rappresentano anche un fattore determinante che modella lo stesso viaggio.
Le componenti di violenza e imposizione culturale dei viaggi di conquista occidentali nei primi decenni del secolo sono ad esempio mostrate nel lavoro di recupero e rielaborazione di materiali originari svolto da Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che con la sola forza delle immagini riescono a costruire un lucido discorso sul ruolo della macchina da presa come espressione di una volontà di appropriazione e dominio. È lo stesso sguardo colonialista analizzato da Peter Kubelka nel suo viaggio africano negli anni Sessanta, al seguito di un gruppo di bianchi impegnati in un safari.
La fiducia nel cinema come possibilità di registrare il reale, di testimoniare eventi naturali e imprese umane appare evidente nei lavori del vulcanologo Haroun Tazieff, che riprende scenari apocalittici e spettacolari eruzioni, o nella cospicua documentazione lasciata da Alberto Maria De Agostini durante le sue peregrinazioni nella Terra del Fuoco e in Patagonia, o ancora nelle immagini delle prime spedizioni alpinistiche sulle grandi vette, non scevre in alcuni casi di implicazioni politiche, come il documento sull'ascensione al Nanga Parbat nel 1938, che diventa un esempio di propaganda nazista. L'esplorazione dell'ambiente in quanto sfida umana, terreno di confronto con la forza e talvolta l'ostilità della natura, è ancora visibile nelle prime documentazioni filmate sulle spedizioni antartiche, in cui la vocazione narrativa e spettacolare del cinema fa capolino anche là dove si presumerebbe la totale aderenza alla materia realistica.
Ciò che appare subito chiaro in questo capitolo della storia dei viaggi, è che non c'è meta davvero raggiunta e spazio conquistato, se non opportunamente documentati, non c'è spedizione e impresa che possa rinunciare ad essere filmata e a dare così il proprio contributo alla costruzione di un immaginario fatto di eroi e grandi avventure, di spazi immensi reali e ignoti. Immerse nel silenzio della loro innocenza, e nella seduzione della loro genesi – possibile in molti casi nonostante difficili condizioni ambientali e grazie ad azioni ardite – tali immagini incantano oggi come allora. La traversata di un ultimo veliero filmata da Henrich Hauser, in cui non vengono mostrati né luoghi di partenza né punti di arrivo, diventa l'emblema dell'esperienza in sé del movimento, un inno al senso più profondo del viaggiare. Di cui vanno anche raccolti gli scarti rispetto agli esiti desiderati, i fallimenti, le rinunce, le tragedie o semplicemente l'impossibilità di creare l'immagine anelata (la vetta come il ritorno). Ma il fascino del viaggio in terre lontane ed estreme può diventare anche esplicito strumento pubblicitario, come avvenne per le crociere africane e asiatiche organizzate dalla Citroën tra gli anni Venti e Trenta, in cui impresa umana e immagine prodotta risultano totalmente inscindibili.
Altro tipo di rapporto con l'ambiente è quello rintracciabile negli home movie girati durante vacanze familiari: Gustav Deutsch rilegge anonimi materiali degli anni Cinquanta e Sessanta, proponendo un interessante catalogo sullo sguardo amatoriale nel suo tentativo di catturare luoghi – in questo caso quelli deputati al turismo – e conservare ricordi.
Il viaggio come incontro con mondi e culture "altre", avvicinamento e scoperta di se stessi, è il tema infine di alcune opere in cui il dialogo con l'ambiente è costruito sulla base della consapevolezza che il movimento non è prerogativa di chi ha in mano la cinepresa. La documentazione di Ulrike Koch sulla migrazione dei pastori nomadi tibetani verso i grandi laghi salati dell'altopiano dell'Himalaya, omaggio ad una dimensione sacrale del viaggio, la contemplazione di paesaggi naturali e presenze animali di Bill Viola, le riflessioni di Chris Marker a partire dai "due poli estremi della sopravvivenza" – il Giappone e l'Africa – o ancora lo sguardo incrociato proposto in un altro lavoro di Deutsch (che accosta le sue immagini di austriaco in Marocco a quelle di un marocchino in Austria), suggeriscono modalità del viaggiare basate sul dialogo, il confronto, la meditazione: osservare il movimento della natura e di chi la abita, con rispetto ed esitazione, conduce ad un movimento di coscienza, ad una produzione di pensiero, ad una attivazione di memorie. Il rapporto con un luogo non si instaura più attraverso l'appropriazione topografica e culturale, ma attraverso una valorizzazione delle differenze, il mantenimento di una soggettività e una comprensione storica. Il viaggio come scoperta e avventura appartiene forse solo più alla mitologia e alla nostalgia, così come le stesse condizioni di produzione e consumo di immagini risultano profondamente trasformate rispetto alle epoche qui evocate. Le potenzialità conoscitive del viaggio, e quindi delle immagini mutuate da esso, vengono allora affidate, più che ad un movimento nello spazio guidato da uno sguardo allupato in cerca del puro e dell'incontaminato, ad una capacità di stare in un qualsiasi luogo differente, di lasciar parlare e assorbire questa alterità, rintracciandone anche le motivazioni storiche e accogliendo la dimensione del ricordo che quel luogo può sprigionare in chi prova ad avvicinarlo.
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