Da bambino soldato a giovane promessa dello scenario hip hop internazionale: la storia dolorosa, eppure piena di speranza, di Emmanuel Jal. All'inizio degli anni '80, a sette anni, Jal è stato trascinato nella guerra civile in Sudan, diventando uno dei 10.000 bambini arruolati durante i due decenni di conflitto. Dopo quasi cinque anni nell'esercito di liberazione del Sud Sudan (SSLA), è fuggito insieme agli amici, intraprendendo un angoscioso viaggio a cui sono sopravvissuti in pochi. Da rifugiato a stella del rap, oggi ventenne, usa la musica per svegliare le coscienze sulla crisi umanitaria che si abbatte sul Sudan, e sulla situazione dei bambini soldato in tutto il mondo.
War Child
«La vita e la musica di Jal, la storia moderna del Sudan e la situazione in Africa, sono i fili conduttori che si intrecciano in questa storia coinvolgente che lascerà il segno in spettatori che poco sanno dei conflitti che travagliano l'Africa di oggi».
Approfondimento
A proposito di War Child
“Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento delle libertà, della giustizia e della pace del mondo”. Con queste parole, che aprono il preambolo della Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre del 1948, la comunità internazionale riconobbe la necessità di un sistema multilaterale di valori globali basato su eguaglianza, giustizia e stato di diritto. A sessant'anni di distanza gli ideali e i principi di giustizia e uguaglianza che sono contenuti nella Dichiarazione e le libertà fondamentali in essa sancite non sono ancora una realtà per tutti. I diritti umani vengono calpestati da governi, imprese economiche e gruppi armati in molti paesi. Non si può negare che siano stati compiuti progressi nello sviluppo di standard, sistemi e istituzioni sui diritti umani, tanto a livello Internazionale quanto regionale e nazionale, grazie ai quali la situazione è migliorata in molte parti del mondo. Tuttavia, troppo spesso i governi mancano della volontà politica per l'attuazione delle norme internazionali che loro stessi hanno accettato volontariamente. L'ingiustizia, l'ineguaglianza e l'impunità sono ancora il tratto dominante del nostro mondo contemporaneo. Se si prendono in considerazione gli articoli che compongono la Dichiarazione per valutarne la loro effettiva applicazione, emerge un quadro desolante: tortura, discriminazione nei confronti delle comunità più vulnerabili, violenza su donne e bambini, pena di morte, repressione delle libertà fondamentali, negazione del diritto alla salute, al cibo, all'acqua e a un'adeguata abitazione, sono la riprova che gli Stati non rispettano i diritti umani. Nel preoccupante panorama di diffuse violazioni, di guerre dimenticate e crisi umanitarie irrisolte, in questa edizione del festival si è scelto di centrare l'attenzione su due aree emblematiche del mondo: il Tibet e il Darfur. La Cina, quest'anno sotto i riflettori per le Olimpiadi a Pechino, non solo non ha onorato l'impegno assunto di fronte al Comitato Olimpico Internazionale di migliorare la condizione dei diritti umani, ma con la preparazione dei Giochi la situazione si è deteriorata visibilmente. Ciò vale anche per la Regione autonoma del Tibet, dove da anni il governo cinese limita pesantemente le libertà di religione, di espressione e di associazione dei tibetani e dove è stata compiuta una drammatica repressione nei confronti dei manifestanti proprio nei mesi precedenti le olimpiadi. La resistenza tibetana è intensamente personificata da Palden Gyatso, monaco tibetano di 75 anni, dei quali 33 passati nelle carceri cinesi, dove ha subito efferate torture. Protagonista del documentario “Fire Under the Snow” della regista giapponese Makoto Sasa, il monaco rappresenta un diretto collegamento con il controverso tema delle Olimpiadi in Cina: durante i Giochi invernali di 2006, proprio a Torino ha effettuato un prolungato sciopero della fame per attirare l'attenzione pubblica sulla situazione dei diritti umani in Tibet e sulla inopportunità di assegnare i Giochi alla Cina fino a quando non vi fossero segnali di visibili miglioramenti. Un singolare dato collega la Cina al Darfur. Negli ultimi quattro anni è stata la Cina il principale fornitore di armi al Sudan, martoriato da decenni di guerre civili. Proprio mentre il conflitto quarantennale con il sud del paese stava scemando, un nuovo terribile conflitto è divampato nelle province occidentali del Darfur nel 2003. Già nel 2004 il governo statunitense dichiarava che nel Darfur era stato commesso un genocidio e che il governo sudanese e i janjawid erano colpevoli, ma il massacro è continuato e a oggi le vittime sono centinaia di migliaia, mentre oltre due milioni sono gli sfollati. Decine di risoluzioni del Consiglio di sicurezza vengono sistematicamente ignorate dai paesi destinatari, altrettante risoluzioni vengono bloccate dagli Stati con diritto di veto. Il documentario “Darfur Now" cerca di far luce sulla situazione in quell'area seguendo l'operato di persone che a diverso titolo lavorano a favore di questa zona martoriata. Fra questi personaggi, particolarmente significativo è Luis Moreno Ocampo, procuratore capo del Tribunale penale internazionale che recentemente ha incriminato e chiesto l'arresto del presidente del Sudan Omar al Bashir per genocidio. A proposito di anniversari, anche il Tribunale penale internazionale creato per assicurare giustizia, verità e riparazione per le peggiori violazioni dei diritti umani (genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra) celebra quest'anno 10 anni dalla sua creazione: lo Statuto di Roma, che istituisce il Tribunale penale internazionale, è stato infatti adottato nel 1998. Un altro documentario è legato ancora al Sudan: “War Child”, che ha come protagonista Emmanuel Jal, ex bambino soldato e ora famoso cantante hip hop. La sua storia è legata alla pluridecennale guerra civile del Sud Sudan, che ha visto 100.000 bambini arruolati da entrambe le parti in lotta. Si tratta di un fenomeno che interessa anche molti altri paesi dell'Africa e non solo, paesi dove il diritto all'infanzia è negato. Secondo stime dell'Unicef, nel mondo i minori di diciotto anni attualmente impegnati in conflitti sono circa 320 mila Nonostante l'articolo 5 della Dichiarazione affermi che "Nessuna persona potrà essere sottoposta a tortura o a trattamento o a pene crudell, inumane o degradanti", l'ultimo rapporto annuale di Amnesty International denuncia che la tortura è ancora praticata in almento 81 paesi. Dal Belgio, il cortometraggio di animazione dall' ironico titolo “Do-it-yourself” ci propone un approccio originale, mettendo in guardia sul rischio che il ricorso alla tortura possa venir dato per scontato. Il pericolo più immediato è la glustificazione della tortura nell'ambito della "guerra al terrore". È infatti rischioso che l'emozione suscitata dagli atti terroristici faccia ritenere l'uso della tortura inevitabile per combattere il terrorismo. L'attualità ci mostra che nel momento in cui si accetta il ricorso alla tortura, si va incontro ad aberrazioni come quelle di Abu Ghraib in Iraq, di Guantánamo Bay o delle altre carceri segrete create per la detenzione di presunti terroristi. Un'analisi più approfondita del tema della tortura viene invece affrontata in “Sous la cagoule: voyage au bout de la torture”. Il regista Patricio Henríquez parte dalla storia della tortura, risalendo ai tempi dell'Inquisizione, per ripercorre le storie odierne di diverse persone che sono state torturate illegalmente in paesi democratici, assolutamente convinti del loro diritto di farlo. Il documentario fornisce anche un interessante quadro di insieme e ricostruisce i collegamenti tra le tecniche di tortura praticate dagli Stati Uniti fin dalla fine della seconda guerra mondiale e trasferite alle dittature del Sud America che ne hanno fatto ampio uso nei decenni scorsi. Nonostante il quadro di negazione dei diritti che viene denunciato dai documentari presentati in questa sezione, non si vuole rinunciare allo spazio per la speranza. Due immagini emblematiche: da un lato gli ex bambini soldato protagonisti di “War Child” che creano l'Associazione degli Artisti del Sud Sudan, il cui obiettivo è di contribuire al ritorno alla normalità attraverso l'arte e la bellezza; dall'altro le parole del procuratore Luis Moreno Ocampo, che già nel suo paese era riuscito a portare in tribunale i militari argentini colpevoli delle migliaia di sparizioni, convinto che prima o poi giustizia internazionale sará fatta. Questo ci rende sempre più convinti che se la comunità internazionale dei cittadini fa sentire la propria voce, i governi cominciano ad ascoltare le istanze per la libertà dei prigionieri di opinione, per l’abolizione della pena di morte e della turtura e far sì che la Dichiarazione universale non rimanga una promessa di carta ma che i diritti universali e indivisibili in essa sanciti diventino una realtà per tutte e tutti.
Le promesse della Dichiarazione universale dei diritti umani e la loro realizzazione nell'anno 2007. Articolo 1 "Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti". In Egitto, nei primi sei mesi, 250 donne sono state assassinate dal marito o da altro familiare; ogni ora sono stati commessi, in media, due stupri.
Articolo 3 "Ogni persona ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona". Sono state eseguite almeno 1252 condanne a morte in 24 paesi.
Articolo 5 "Nessuna persona potrà essere sottoposta a tortura o a trattamento o a pene crudeli, inumane o degradanti". Amnesty International ha documentato casi di tortura o altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti in almeno 81 paesi.
Articolo 7 "Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, a un'eguale tutela da parte della legge”. Amnesty International ha evidenziato legislazioni discriminatorie contro le donne in almeno 23 paesi, contro migranti in almeno 15 paesi e contro le minoranze in almeno 14 paesi.
Articolo 9 "Nessuna persona potrà essere arbitrariamente arrestata, detenuta o esiliata". Alla fine dell'anno, almeno 600 persone erano in carcere senza accusa, processo o revisione giudiziaria nella base aerea statunitense di Bagram, in Afghanistan, e 25.000 erano quelle detenute dalla Forza multinazionale in Iraq.
Articolo 10 "Ogni persona ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, a un'equa e pubblica udienza davanti a un tribunale indipendente e imparziale”. Amnesty International ha riscontrato procedimenti giudiziari iniqui in 54 paesi.
Articolo 11 "Ogni persona accusata di un reato è presunta innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente". Alla fine dell'anno, circa 270 delle 800 persone trasferite a Guantánamo Bay dal 2002 erano ancora detenute senza accusa né procedimento legale corretto.
Articolo 13 "Ogni persona ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato”. Oltre 550 postazioni militari e altri blocchi imposti da Israele hanno limitato o impedito il movimento dei palestinesi all'interno della Cisgiordania.
Articolo 18 "Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione". Amnesty International ha registrato prigionieri di coscienza in 45 paesi.
Articolo 19 "Ogni persona ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, [...] di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo ai confini". Amnesty International ha riscontrato leggi limitative della libertà d'espressione e di stampa in 77 paesi.
Articolo 20 "Ogni persona ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica". Migliaia di persone sono state arrestate durante la repressione delle proteste pacifiche di Myanmar; secondo Amnesty International, alla fine dell'anno erano in carcere circa 700 prigionieri di coscienza.
Articolo 23 "Ogni persona ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro [...] e di fondare dei sindacati e di aderirvi". Almeno 39 sindacalisti sono stati assassinati in Colombia; nei primi quattro mesi del 2008 i morti sono stati già 22.
Articolo 25 "Ogni persona ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia [...] La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure e assistenza". Il 14 per cento della popolazione del Malawi era affetta dal virus dell'Hiv/Aids e solo il 3 per cento di essa aveva accesso a farmaci anti-retrovirali gratuiti. Un milione di bambini era stato reso orfano per cause mortali collegate all'Hiv/Aids.
(Dati tratti dal Rapporto Annuale 2008 di Amnesty International)
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